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lunedì 10 novembre 2008

"Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon



Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, Einaudi, è stato da molti recensito come un giallo. Per me non è così: forse il pretesto da cui parte il racconto di Christopher - il protagonista del libro - può essere relegato tra i temi caratteristici di un giallo (l'indagine sulla morte del cane ucciso a mezzanotte), ma dal mio punto di vista questo testo racchiude in sé ben altro. Profondità introspettiva di un mondo diverso dal "normale" con realismo crudo e sensibilità accesa ci fanno imparare a conoscere e poi amare Christopher, con tutte le sue manie, paure o abitudini che di tanto in tanto riconosciamo anche nostre seppur "normali" e così diversi da un ragazzo affetto da autismo.

Un libro che si legge tutto d'un fiato e non per scoprire chi ha ucciso il cane a mezzanotte, ma per avvicinarsi a Christopher e capire quanto il ragazzo sia in grado di superare i suoi limiti pur di raggiungere lo scopo, che già da prima di metà libro non è più scoprire l'assassino.
Arrivata alla fine, avrei voluto ricominciare dall'inizio perché Christopher è un ragazzo dal quale non vorresti staccarti mai.
Un libro che fa riflettere sulla diversità, ma che fa anche sorridere molto.
Solo una domanda mi martella nella testa: quanto Haddon è attendibile? Voglio dire, le sue parole sarebbero davvero anche le parole di un ragazzo con la sindrome di Asperger? O la fantasia limita la realtà?

Chi ama la matematica ha un motivo in più per leggere "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte": un problema da risolvere in appendice, che per me è assolutamente irraggiungibile visti i miei limiti in materia!

domenica 31 agosto 2008

Michel Faber: Il petalo cremisi e il bianco


Novecentottantotto pagine, da leggere tutte d'un fiato: Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber, Einaudi, uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni.
Lo scrittore sostiene di aver dedicato 20 anni alla stesura del romanzo, la storia di Sugar una giovane prostituta, bella e intelligente, che vive nella Londra vittoriana di fine 800 e che ha una gran voglia di abbandonare l'orrido ambiente in cui vive.
Un romanzo storico visto, però, attraverso il telescopio dei nostri tempi (non si è avvolti dalla storicità perché la storia viene narrata con i ritmi e la spicologia odierna).
Descrizioni particolareggiate e continuo dialogo del narratore con il lettore fanno di questo libro una chicca da cui è davvero difficile staccarsi: ho trascorso notti in cui mi era impossibile posare il libro e dormire. Ci si affeziona talmente al personaggio (che poi vuol dire affezionarsi allo scrittore che in modo evidente si pone dalla parte di Sugar...Sugar è Faber, Faber è Sugar) che giunti alla fine della storia tanto accuratamente, e per nulla noiosamente, narrata si desidera che le pagine si moltiplichino o si clonino all'infinito.
Davvero avrei voluto tenermi Sugar sempre con me, una Sugar resa così reale e tangibile, come reali e tangibili sono i luoghi con i loro odori e chiaroscuri.
Fantastico, semplicemente un libro fantastico. Sono curiosa di vedere se l'autore riuscirà mai ad eguagliarsi o superarsi.
Intanto ho scoperto che è uscito un altro libro di Faber in cui si parla ancora dei personaggi de Il petalo cremisi e il bianco: Natale in Silver Street. Dovrò assolutamente procurarmelo con la speranza di non restarne delusa.
L'unica cosa per cui mi rammarico è non avere avuto la possibilità di leggere il testo in inglese (perché l'inglese non lo parlo), nella versione originale. Perché ho sentito dire che l'accuratezza delle descrizioni prosegue anche nella scelta del linguaggio, differente da personaggio a personaggio e specialmente evidente nei diari di Agnes; tutto questo nella traduzione non risulta così chiramente. Un vero peccato.
E così, ancora una volta mi pongo una domanda: quanto è importante il lavoro dei traduttori e quanto troppo poco viene loro riconosciuto il merito (o il demerito) per il loro lavoro. Eppure pur ammirando profondamente il loro lavoro sono consapevole del fatto che dietro ogni traduzione di un romanzo si perda parte del romanzo stesso.

mercoledì 13 agosto 2008

Il caso letterario di Sam Savage: Firmino


Ho appena finito di leggere Firmino, di Sam Savage, Einaudi.
Ne avevo sentito parlare ovunque, negli scorsi giorni, come di un caso letterario, assolutamente da non perdere per chi divora i libri.
Eh già, perché il Firmino di Sam Savage è un topo...anzi, mi si perdoni, è un ratto...che vive in una vecchia libreria e che, non riuscendo a succhiare il latte della madre, va girando e curiosando tra i libri diverandone la copertina come assaggio e poi le pagine come pasto pantagruelico. Salvo poi pentirsene quando incomincia a leggere i libri senza riuscire a scoprirne la fine perché le parole sono finite nella sua pancia. Un topo erudito che ama le Bellezze, la Danza e il Pianoforte.
Io, che come Firmino divoro libri, ho terminato la lettura con un po' di amaro in bocca, ma non a causa dell'inchiostro dozzinale o della carta inrancidita (li divoro sì, ma senza mordicchiarli): ancora una volta ciò che per gli altri è "caso letterario" spesso non lo è per me.
Con questo non voglio dire che il libro non sia bello; è stuzzicante e accattivante in molte parti; è frizzante ed erutido in altre, ma in altre ancora è stato per me piuttosto noiosetto.
Insomma, non è uno di quei libri che divoro tutto d'un fiato o di cui rallento la libagione per non finirlo mai, per assaporarlo ben bene, ad ogni boccone, infinitamente.