
Ho appena finito di leggere Firmino, di Sam Savage, Einaudi.
Ne avevo sentito parlare ovunque, negli scorsi giorni, come di un caso letterario, assolutamente da non perdere per chi divora i libri.
Eh già, perché il Firmino di Sam Savage è un topo...anzi, mi si perdoni, è un ratto...che vive in una vecchia libreria e che, non riuscendo a succhiare il latte della madre, va girando e curiosando tra i libri diverandone la copertina come assaggio e poi le pagine come pasto pantagruelico. Salvo poi pentirsene quando incomincia a leggere i libri senza riuscire a scoprirne la fine perché le parole sono finite nella sua pancia. Un topo erudito che ama le Bellezze, la Danza e il Pianoforte.
Io, che come Firmino divoro libri, ho terminato la lettura con un po' di amaro in bocca, ma non a causa dell'inchiostro dozzinale o della carta inrancidita (li divoro sì, ma senza mordicchiarli): ancora una volta ciò che per gli altri è "caso letterario" spesso non lo è per me.
Con questo non voglio dire che il libro non sia bello; è stuzzicante e accattivante in molte parti; è frizzante ed erutido in altre, ma in altre ancora è stato per me piuttosto noiosetto.
Insomma, non è uno di quei libri che divoro tutto d'un fiato o di cui rallento la libagione per non finirlo mai, per assaporarlo ben bene, ad ogni boccone, infinitamente.